Alessandro Diamanti e le passioni sopite dei bolognesi.

ossolaLo confesso, sono emozionato. È la classica emozione della prima volta, quel piccolo nodo allo stomaco che si porta inevitabilmente con sé il piacere della scoperta. Neanche fosse un primo appuntamento con una ragazza bellissima, mi sento teso: è questo il mio primo articolo di collaborazione con TuttoBolognaWeb e per di più coincide con l’inizio del nuovo anno. Pertanto, cercherò di essere classico e sobrio. Entrerò in questo mondo a me sconosciuto in rigorosa punta di piedi, educatamente, seguendo un percorso che in questi casi è segnato, quasi canonico, come una piccola nave che entra in un porto mai visto prima, guidata da un faro sicuro. Lo fanno tutti, quando il calendario cambia pagina per la dodicesima volta e la voce “anno” compie uno scatto in avanti di uno, di voltarsi indietro e fare il punto a 360 sui 365 appena trascorsi. Lo fanno quelli bravi, lo fanno i giornalisti seri, lo fanno le tv a pagamento seguite 24 ore al giorno, lo farò anch’io in questo sito dove si parla principalmente di calcio, in particolare del Bologna.Parlerò, nel più classico dei resoconti di fine anno, del miglior calciatore del Bologna del 2012. La risposta, proprio come l’argomento del tema che mi sono dato, è semplice e banale: Alessandro Diamanti, detto Alino.

Vorrei affrontare la questione analizzando i due soggetti in causa, Il ragazzo e la città in cui gioca, in maniera parallela.
Diamanti è un giocatore strano. Genio e sregolatezza, talento se ce n’è uno, ha rischiato anche di perdersi in un calcio moderno che mette la tattica in una corsia preferenziale rispetto alla tecnica. Fantasista, mancino, trequartista, sono diciture che gli calzano a pennello, ma sono anche aggettivi in via di estinzione in un mondo che agli aggettivi eclettici, preferisce i rudi sostantivi, quali polmoni, polpacci o schemi. Toscano fumantino, ha trovato la prima luce vicino a casa, precisamente a Livorno, l’ha mantenuta brillante nella sua esperienza di Oltremanica, nel West Ham, squadra londinese seguitissima anche in Italia, e poi è arrivato a Bologna, via Brescia, con addosso cucito quel vestito tristemente alla moda, che indossano da sempre coloro che vengono considerati quelli che in carriera hanno giocato al di sotto delle proprie potenzialità. Ne abbiamo visti tanti a Bologna.

Già, Bologna. Anche Bologna e’ strana. E quando si tocca il tema di un pallone da fotbal, lo diventa ancor di più. Diventa misteriosa, proprio come i suoi portici dai mille segreti. E perché mai?, mi chiedo io. Com’è possibile che una città che non vive certo di solo calcio, che una piazza che non soltanto non vince da cinquant’anni, ma che nemmeno gli arriva vicino, possa essere popolata di quattrocentomila intenditori di pallone, tanti quanti i suoi abitanti? Eppure e’ possibile, eccome se è possibile. Bologna è dotta, è erudita, è avanti, Bologna sa stare al mondo, Bologna ne sa e nel calcio, per antonomasia giuoco circense da popolino, è all’avanguardia a maggior ragione. Ma è davvero così?
Qualcuno di recente ha scritto che il bolognese si “attacca” a quelli che ha. Si innamora e perde la testa per i buoni, ma si lega anche ai tristi, ai quali vuole bene con quella strana forma di superba compassione che lo rende affettuoso e premuroso quanto spocchioso e antipatico.
Diamanti non è il “Mitico” Villa e nemmeno credo sia paragonabile ad alcuno; non è un tristo e non è un top player, come chiamano per convenzione oggi i campioni quelli che dicono di intendersene. Non è Albinelli, né Bulgarelli, non è Mika Aaltonen, né Roberto Baggio. Diamanti e’ Diamanti, coi suoi pregi da calciatore di gran classe e i suoi difetti da genio e sregolatezza; e a Bologna ha fatto molto di più’ di quanto fatto altrove: ha fatto il salto di qualità, ha emozionato tutti nello stadio intitolato al Presidente dell’ultimo scudetto, oltre ad aver convinto il Commissario Tecnico.
Proprio per questo, Bologna ha bisogno di lui, perché lui tiene accesa una fiamma, seppur calcistica, di cui oggi la città all’ombra delle Due Torri necessità come aria buona. Magari è vero che spesso sbaglia, che si ostina, che tiene troppo la palla, che s’innervosisce. Lo fa e lo rifarà; ma poi pazienza, perché c’è il resto: ci sono i gol impossibili e gli assist, le giocate di fantasia, le punizioni rabbiose, le corse sotto l’Andrea Costa, gli incitamenti a tutti con la fascia di capitano al braccio. C’è il cuore. E poi c’è anche quella notte da leoni, là da solo sul dischetto del rigore decisivo, con la maglia azzurra addosso, che noi da casa col fiato sospeso, la vedevamo orgogliosamente rossoblu.
Forse lui non lo sa perché prima non c’era, ma Alessandro Diamanti da Prato ha portato un pò di colore in una città ingrigita. Come un amico lontano giunto a sorpresa a rallegrare una festa scialba, come un Arlecchino che irrompe in mezzo a tanti Pierrot, Alino ha portato una ventata di entusiasmo in mezzo a un popolo dalle passioni sopite.
Sì, probabilmente non lo sa, ma sicuramente lo sente dire in giro, perché lo dicono tutti ultimamente. Bologna non è più quella, ha paura, ha fretta, è meno solidale, meno aperta. Ne sa meno e sogna meno, dispersa nella nebbia di mille divieti. Divieti di entrare, di parcheggiare, di ballare, di bere, di socializzare, di immaginare. Una città che ha meno fantasia, che gioca troppo a centrocampo, che ha meno estro, che è troppo poco mancina (intesa esattamente in quel senso lì, di sinistra). Bologna deve prendere da Diamanti. Bologna deve tornare a giocare dietro le punte, come faceva una volta, a stare sulla trequarti, a ridosso della porta, a insegnare calcio e vita, a inventare e divertire. Anche a sbagliare, ma col cuore. E allora forza Alino, continua così e dacci il buon esempio, che per il 2012 hai vinto tu, che a ripensare alle tue gesta mi e’ passata pure l’emozione dell’articolo. Continua a sgroppare, ribelle come i tuoi riccioli, continua a svariare, a incazzarti e a sorridere dall’alto dei tuoi occhi blu-Paul Newman, a cadere e a rialzarti, a inventare calcio strafottente e a tirare da ogni posizione. Continua a fregartene. Anche solo per novanta minuti, anche solo una volta alla settimana, continua a farci sognare. Ne abbiamo un gran bisogno noi bolognesi.

 di Filippo Ossola Venturi
Fonte: www.tuttobolognaweb.it

 

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