Caro amico ti scrivo. (Un anno senza Lucio)

Dalla

Tutto scorre tranquillo in un pomeriggio qualsiasi di una strada pedonale nel centro di Bologna. Una mamma affaticata spinge il suo passeggino, alcuni anziani seduti al tavolino di un bar all’aperto sfidano il freddo di un febbraio glaciale sorseggiando vino bianco frizzante, mentre due ragazzi vestiti alla moda si accingono a varcare la soglia di un negozio di scarpe molto frequentato.
Improvvisamente succede qualcosa che riesce a essere magico e normale allo stesso tempo, ma che produce un effetto comune per i presenti. Sono le 18, i sei rintocchi della campana della vicina Piazza Maggiore non lasciano dubbi al riguardo. Come se fossero dentro a un videoregistratore in cui qualcuno ha spinto stop, tutti si fermano, perché gli altoparlanti che da un anno ormai posizionano in via D’Azeglio, hanno iniziato a irradiare musica.
Vorrei entrare dentro i fili di una radio, e volare sopra i tetti delle città…
La mamma col passeggino non spinge più, gli anziani appoggiano i bicchieri, i due giovani non entrano, perché quella non e’ una musica qualunque, quello non è un momento purchessia. Quella è la voce di Lucio Dalla, amplificata come ogni giorno a quell’ora per la via che lo ha ospitato per una vita.
Come d’incanto tutto appare diverso. I rumori circostanti diventano note, la strada un mare che luccica e le ansie prendono le forme di lucidi sorrisi. Proprio come fosse l’incantesimo di una bacchetta magica che trasforma la zucca in carrozza, anche Bologna vive i suoi tre minuti da favola e così Piazza Maggiore in un attimo e’ Piazza Grande e i suoi piccioni si travestono da rondini, che volano sicure verso quella voce, richiamate dal loro padrone, mentre da lontano anche il Nettuno allunga la testa per ascoltare quel piccolo uomo, grande quanto lui.
La musica continua e in quegli attimi di commozione gli sguardi fieri dei mille passanti si riempiono di gratitudine. E’ la gratitudine di tre generazioni di bolognesi che sono cresciute con lui, in una città che trasuda di lui, macchiata di lui ovunque, non solo della sua musica, ma del suo essere, del suo sapersi porre, del suo arguto saper stare al mondo con l’irresistibile fascino petroniano. Tutti lo hanno amato, sempre, in ogni sua accezione, in ogni suo istrionico cambiamento. Pelato e peloso, ripulito e leccato, trasandato ed elegante, sacro e profano, poco importava perché lui non era solo il fiore all’occhiello dei bolognesi, lui li viveva, li ascoltava, ci era mischiato dentro nella quotidianità. Era uno di famiglia, anche perché di Bologna le ha viste tutte, belle e brutte, cotte e crude, come la mano rugosa e forte di un nonno che ha fatto la guerra.
Era una cosa bella per tutti, una parola confortante per la città, un motivo d’orgoglio come un compito in classe del figlio con su scritto dieci, rassicurante come una carezza sul viso, dolce come un bacio sulla fronte prima di addormentarsi, travolgente come una serata tra amici a bere vino rosso, emozionante come un padre e il suo bambino allo stadio, proprio la’, vicino a quella scocca rossoblu dove lui non mancava mai, indimenticabile come una canzone che ti resta nel cuore. Per sempre.
Era il simbolo di una città proprio come il Nettuno, una città triste, impreparata alla sua partenza, che e’ stata senza parlare per intere settimane, incredula, che mai aveva fatto i conti con il pensiero che un giorno potesse essere un angelo per davvero e che ora invece affronta sbigottita i giorni di commemorazione del primo anniversario della sua morte come un paesano a una festa di provincia, rispolverando il vestito migliore, lucidando le scarpe, facendosi la riga da una parte, ma con il cuore pieno di malinconia. Una città fragile e ferita, abituata a festeggiare il 4 marzo, mica a piangere l’1, che si ritrova nuda all’umanità negli occhi frastornati e commossi di quei pedoni. Perché Lucio in realtà c’è, c’e’ ogni giorno, lo si respira, esce dai portici, o forse, come dice qualcuno, si è solo allontanato, scappato lassù, in quel posto dove non ci sono piloti e bandiere, sigarette e birra e nemmeno cantanti, per tentare di convincere la sua Bologna di una volta a ritornare giù.
Poi, la musica sfuma, se ne va lontano insieme a lui e allora tutto torna a essere normale. Le rondini ritornano piccioni, il Nettuno si rimette nella sua posizione canonica, la mamma riparte a spingere, gli anziani riprendono a bere e i giovani entrano nel negozio. È stato talmente magico che molti forse torneranno il giorno dopo. O forse no. Si va avanti.
Ciao Lucio, caro amico di tutti. Ci manchi tantissimo.

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2 Responses to Caro amico ti scrivo. (Un anno senza Lucio)

  1. Chiara De Angelis says:

    un bellissimo articolo, da far commuovere…..

  2. Marco Bernardi says:

    Un racconto davvero commovente. E’ vero, il primo sentimento che noi Bolognesi proviamo per lui è gratitudine. Gli saremo grati per sempre. E grazie anche a te per quello che hai scritto.

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