Il fantastico mondo di Delfo, vecchio ristoratore bolognese.

il pranzo è servito

Di tutti quelli che vengan dentro al mio ristorante, ci son di quelli che m’han rotto i maroni davvero. Voi mi chiederete. E chi sono? I meridionali? E la mozzarella diggiù, la pummarola diggiù, il vino diggiù, l’olio diggiù e ti chiamano in continuazione, ti toccano, ti tirano. “Sentimammè, portami un liquorino della casa fatto da voi”. “Non lo facciamo noi, ma è un prodottino artigianale che vien dalle nostre colline, Fat der in tal cul, si chiama”. No, no, mica loro, non più. Oggi c’è di peggio. I Tedeschi? Che ti chiedono un cappuccino d’aperitivo e poi uno spaghetto bolognaise che mangiano insieme a un’insalata mista scondita mentre sorseggiano un limoncello? Mocchè mocchè. E allora i Russi? Che ti trattano come una pezza da piedi, non parlano una parola che non sia la loro lingua e s’incazzano se non li capisci? Nossignore, quelli ordineranno alla cazzo, ma almeno lasciano delle vagonate di mancia; no, neanche loro, dispiace ma non arrivano neanche a scalfire la lidersip degli spaccamaroni per eccellenza d’oggigiorno. Volete sapere chi sono? Risposta facile: i Bolognesi.

Di Bolognesi ne ho visti una mucchia nella mia vita, l’è beli quarantazenquan c’ha fag cal lavurir que, ma come loro qui, a’i n’ho mai ‘incuntrè. Sempr’incazzati, sempre di fretta, tott allergic a tott. L’altra sera entra una e mi fa: “Scusi, avete il uai-fai qui?” “Sonch’a me, i mi c’han costretto” “Ah, peccato, allora niente, sono allergica.” Quell’altro che mi chiama e mi dice: “Mi porti via questo piatto che c’è un pomodorino d’ornamento e io se tocco il pomodoro muoio.” “Come muore?” “Sì-sì, muoio!” “Sooooocmel, se lo tocca? E se lo mangia cosa fa? Esplode?” E poi san tutto loro adesso con tutte quelle trasmissioni che c’è per televisione, ce n’è certuni che mi chiedono di quei fatti mangiari, pèr ch’ien totti sef. “Non mi farebbe mica una scapece di zucchine menta e aglio tagliato a Giulien?” “Chiiiii?” “Oppure una crema di avocado con un salmone appena scottato, un involtino di melanzana in carpione, un piccolo gazpacho di pomodoro con una piccola tartare di piccole verdurine a dadini.” “Cat vegna un chencher ma cinein.” “Allora mi faccia due fette di pan carré fumè con petali di cotto e gran-scaglia di formaggio classico vaccino fondente.” “Vut un tost? Megga un bar quasquè.” E c’l’eter: “Stia attento alla cottura del mio maiale, non vorrei che la cotoletta mi rimanesse stopposa. E mi raccomando caramelli bene gli zuccheri del filetto di mia moglie.” “Ma chi it tè, Artusi?” Fan quelli di casa. Vengan dentro e vogliono essere serviti per primi, vogliono spendere poco, non lasciano un euro di mancia neanche se passi tra i tavoli col bussolotto delle offerte e poi se ne vanno che fan fatica a salutarti, via, a fare un drink nei locali in di Bologna, a sputtanarti perché la tagliatella non era rossa e unta come gliela faceva la nonna trent’anni prima.

Eh, ma io me li ricordo, i Bolognesi di trent’anni fa. Altroché quella gentaglia qui. I Bolognesi di una volta socializzavano, erano aperti, stavano in compagnia, addirittura fino a tardi. Sapevano stare al mondo, sanza pòra d’incion. Senza piangersi addosso, mai. Adesso? Adesso sono la malacopia di quello che erano, le macchiette di loro stessi. Sembran persi tra i loro portici, dove qualcuno gli ha installato il uai-fai gratuito della puzza di piscia, alla ricerca di quel verbo che una volta si portavano sempre dietro: divertirsi. Sempre a lamentarsi, non sanno neanche loro con chi. Col sindaco c’la beli strazzè i maron, con l’assessore al traffico soprannominato “A’ Serr’incossa”, con l’ausiliario nascosto dietro alla colonna ch’a pèr un ramarro. Ma non si accorgono che sono i primi a volerle meno bene a Bologna. E non va bene questo e non va bene quello, e il consigliere provinciale, e il parlamentare, e l’indiano coi fiori, e il fruttivendolo di Dacca che gli devi stare a spiegare cos’è la rucola e l’elettrauto di Marsala che non lo capisci neanche se hai con te guggol transleit. E tutti a zigare, ma a braccia incrociate. “Bisognerebbe incazzarsi sul serio, andare là e ammazzarli tutti”, poi appena c’è uno che va in strada a manifestare, un anarchico che rovescia due bidoni e che ti fa fare un po’ di colonna con la macchina, “Ma va a fer dal pugnat anch’a tè, con tutte le cose che ho da fare stamattina. In galera e buttar via la chiave”. Mè, quando c’era qualcosa che non mi andava bene, andavo in piazza, megga su feisbuc.

Io quei bolognesotti qui ce li ho lì davanti agli occhi tott al sir, stan lì seduti col loro iphone tra le mani, non si parlano neanche più. Tic tic tic, smanettano tutto il tempo, si mandano messaggi uno di fronte all’altro, i’ van a vadder incossa con tutte ste applicature che scaricano, e il risultato della partita, e internet, e la recensione di tripadvisor, e la fotina del locale che la metto su instagram e tagghiamoci su Facebook, e commenta, e mi piace. A me a’m fa cagher. Mè la premma volta chi’m n’han scors’ d’l’ai-phon, pensavo mi chiedessero qualcosa per asciugarsi la testa. Ha’l’fòn? San megga na parucchira set. Ormai con tutti sti cellulari messi ovunque non riesco neanche più ad appoggiare i piatti sul tavolo, non riesco a sparecchiare perché mi fanno ostruzionismo; non che pretenda che me lo passino il piatto come si faceva una volta, ma socmel neanche che ci si piantino sopra a pistolare di continuo, che gli venga un accidente al polpastrello. Ormai bisognerebbe fare una giunta al galateo, apparecchiare la tavola lasciando il posto per il telefonino, e soprattutto, predisporre almeno una presa per tavolo, così almeno abbiamo risolto il problema della batteria scarica.

Poi c’è quelli che voglian fare bella figura. Arrivano e lasciano il suv in terza fila che non passano le macchine in tutte e due le direzioni e poi s’incazzan tutti con me. Fag anch’al vigile. Vengan dentro con di quei donnoni che c’han tanto di quel silicone addosso che sembran dei fontanieri. Tutte smanicate, scollate, anche d’inverno con dieci gradi sottozero che i maroni ti diventano due palline Zigulì, stan mezze nude che ti vengon le fitte agli zigomi solo a guardarle. I disen categoria milf, ma io le mettrei nella categoria Elle Esse: Lassa Ster. Fanno una puzza di profumo così forte ma così forte che in sala mi sparisce anche l’odore di soffritto, sembra di entrare in un duty free a venir dentro. L’altra sera una si è messa a sedere di fianco a un tavolo che c’erano dei cinni, gli è venuta la nausea a tutti, ho dovuto dargli dei Travelgum se no mi vomitavano dappertutto che ci voleva la segatura.

E i cinni… altro bel capitolo, i cinni. I cinni del duemilaquattordici c’han più tecnologia loro che la Nasa. Ma poi, più che dei cinni, ci sarebbe da star a parlare delle loro mamme. Le mamme di oggi che si sentono ancora le figlie di ieri, altroché la sfoglia tirata a mano di trent’anni fa. Arrivano trafelate, isteriche, i n’han sampar onna, esauste non si sa bene da cosa, che i cinni glieli ha tenuti una filippina fino a un attimo prima. Entrano, sospirano, hanno valigie, kit, ultimi modelli di tutto, passeggini, corredini, completini, zainetti, fan finta di armeggiare tra le loro scartoffie. Appoggiano i figli sul seggiolino che han portato da casa, perché il bimbo mangia solo lì se no sputa tutto, e li rincretiniscono davanti a un tablet da 50 pollici dotato di satellite e decoder incorporato, che spara Peppa Pig a un volume talmente indegno che poi a tutti gli vien voglia di ordinare il maialino arrosto che non lo faccio. Poi attaccano a smadonnare contro i mariti, che intanto cambiano il pannolino, vengono in cucina a scaldare la pappa e poi li imboccano, li cambiano, li vestono, li stirano, li tengan in braccio. Una volta uno che era al tavolo 5 è dovuto correre in bagno perché gli eran venute le mestruazioni. Oggi le chiamano le pari opportunità, pari opportunità di stracciare i maroni aggiungo io, e i figli intanto crescono con l’opportunità di imparare il dialetto di Manila, che nella vita serve sempre.

Eh sì, l’è axè. Poi dice che Bologna è morta. Secondo me è solo scappata per la vergogna. È da qualche parte che ci osserva allibita, anzi, è incazzata come una bestia. Chissà se un giorno ci riusciremo a farla tornare qui. Perché adesso ci tocca a noi a di convincerla, ci tocca a noi di farle capire che non facevamo mica davvero, che era per finta. Eccoci uno scherzo, era solo uno scherzo.

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8 Responses to Il fantastico mondo di Delfo, vecchio ristoratore bolognese.

  1. Poldo says:

    Soccia se c’hai ragione … vado in casa dei Bolognesi da quasi 30 anni … siamo cambiati un bel po’ . Una volta entravo nelle case “della gente”, facevo il preventivo delle finestre sul tavolo della cucina tra il tagliere del soffritto ed una boccia di vino, se non accettavi almeno un bicchiere di nocino ti cacciavano fuori a calci nel sedere e poi uscivi che avevi firmato l’ordine senza quasi aver parlato nè del prezzo nè dello sconto né dei tempi di consegna .. PERO’ sapevi dell’operazione alla prostata del nonno, di dove la SIgnora andava in vacanzad’estate, di tutte le malattie dei figli e nipoti e se stavi lì un po’ di più scoprivi che eravamo quasi parenti …. perché a Bologna quando parlavi con un Bolognese, qualcuno che si conoscesse entrambi saltava sempre fuori e sai quante volte tornavi a casa con un barattolo di passata fatta dalla zia, due caramelle per le “sue cinne” o tanti belle esperienze travasate. Arrivavo a casa con il sorriso sulle labbra e mi chiedevo “ma è un lavoro questo ? … io mi diverto!!! è un “NON LAVORO” … Adesso !!! Mi mandano la mail per il preventivo anche le persone di 80 anni ( a me e ad altri 24 rivenditori scelti a casi su internet), non ti vogliono in casa fino al momento in cui non hanno deciso di acquistare (ma se non conosci nessuno, se non mi vedi nella ghigna ,,,, come fai a decidere!! su cosa ti basi!!), quando sei li fanno fatica a parlarti e mentre ti guardano capisci che pensano “mi hai fregato eh!!!” … hanno avuto le finestre in casa per 40 anni e se tardi di una settimana alè !! … Adesso quando è poi ora di pagare faccio poi anch’io quello che mi pare !!!, oppure vuole che andiamo per vie legali ??…. e tu che provi sempre ad essere il Bolognese sorridente di 20 anni fa ti senti un po’ circondato ti guardi intorno spaesato e vai a cercare dove è effettivamente scappata quella Bologna là

  2. mirko says:

    Delfo ti un dregg…

  3. ludogatto says:

    Da bolognese doc concordo pienamente sia con Delfo che con Poldo ( che se viene a fare un preventivo da me gli offro un nocino di mia mamma!)…..fortunatamente di bolognesi non ‘stressati e fintoni’ ce ne sono ancora, che amano le briciole sulla tovaglia a quadretti, che passano le pile di piatti…….vai avanti Delfo e fregatene, vivi meglio tu di loro!

  4. Roberto says:

    Non per fare il pignolino ma … drago, in bolognese si scrive dregh non dregg.
    Vabbè che sò drendanne ghe staggete abbologgne. ;-)))

  5. lucio says:

    voglio sapere qual è il ritorante di delfo perchè mancano i bolognesi di una volta, ma anche i ristoratori di una volta!!!

  6. Matt says:

    Se vieni a Ferrara è ancora peggio! Qui non esistono nemmeno più le trattorie della tradizione, figurati i clienti!

  7. Antonio says:

    Vero anzi VERISSIMO
    Anche io sono 45 anni che faccio l’Oste a Bologna
    e nello scritto non c’è solo ironia(bellissima tra l’altro)
    ma tanta tanta verità .
    Complimenti davvero
    ti seguo sempre con interesse.
    Antonio OsteinBologna

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