Un sabato qualsiasi di inizio agosto

cover venturi filippo new(da intanto Dustin Hoffman non fa più un film)

Lui è andato a prenderla fin sotto casa, in via Zanardi; non si ricorda esattamente dove abita, perché di solito si incontrano con gli altri della compagnia ai giardinetti del Palazzo, una specie di cortilone situato dietro al Palasport di piazza Azzarita, dove l’asfalto predomina, il verde è un miraggio e i ragazzi che si bucano si confondono tra le anziane con i cani e i bambini con i palloni; l’ha già riaccompagnata in diverse circostanze, ma sempre di notte, spesso molto tardi, a volte parecchio fatti. Però dovrebbe essere quell’edificio rosa poco prima del ponte.

È arrivato con il Maggiolone nero scabriolato, indossa la camicia che gli ha regalato lei, a fiori azzurri e rossi, di quelle hawaiane che vanno tanto di moda e un paio di bermuda verdi a tinta unita. Hanno deciso di andare al mare, perché è il primo sabato di agosto e in città fa un gran caldo. Ormai è metà mattina; il piano prevedeva che lui arrivasse prima, ma suo padre si è scordato di svegliarlo.

Il clacson di un Maggiolone è uno di quei suoni che non lascia spazio a interpretazioni, ancor più di quello del motore, che si fa riconoscere a chilometri di distanza.

Lei scende le scale di corsa e sale in macchina ancora più in fretta; lo bacia come d’abitudine sfiorandogli soltanto le labbra, si leva le espadrillas rosa che calza scalcagnate e le getta nei sedili dietro senza curarsi di controllare dove finiscano. Subito appoggia la mano sulla cassetta che è adagiata sul mangianastri e la accompagna all’interno dell’autoradio. La macchina si rimette in moto brontolando e la musica parte. Non sono neanche arrivati al primo incrocio, che lei ha già interrotto tre volte il discorso sul programma della giornata. Le va bene tutto, è felice, la madre ha detto sì e si vuole divertire. C’è tutto il weekend davanti e poi ha una gran voglia di cantare.

Quanti capelli che hai non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare, se di tanti capelli ci si può fidare…

Lui sorride rassegnato quando, fermi al rosso di via Bovi Campeggi, li affianca una Alfetta 2000. All’interno c’è un uomo solo, avrà almeno vent’anni più di loro ed è rapito da progetti di un sabato italiano per i fatti suoi: prima, se ne avrà voglia, andrà al cinema Astoria a vedere in seconda Kramer contro Kramer, film con Dustin Hoffman pluripremiato agli ultimi Oscar; poi, dopo un “pizza e birra” in solitario, raggiungerà gli amici al Circolo Petroniano,per la solita maratona da biassanot a giocare a massino.

Riflette sul da farsi fumando una Esportazione, fregandosene dei danni che quella pesantissima sigaretta senza filtro potrebbe causare ai suoi polmoni. Il posacenere dell’auto trabocca di cicche spente e a nulla serve quel piccolo alberello verde che ciondola dallo specchietto retrovisore nel tentativo vano di rendere l’aria più respirabile; il nero del cruscotto è ormai grigio, tanto è impolverato di cenere e fa il paio con il colore della camicia, sbottonata fino a metà, da cui spunta una robusta catena, d’oro come i premolari superiori che gli brillano in bocca. La musica che esce dai finestrini abbassati è fortissima, mentre lui osserva fuori, orgoglioso di un qualcosa che sa solo lui, picchiettando la mano sul volante, per provare a tenere un ritmo che gli scivola via.

Balla anche per tutti i violenti, veloci di mano e coi coltelli, accidenti, se capissero vedendoti ballare, di esser morti da sempre anche se possono respirare…

Intanto, un signore piuttosto anziano sta attraversando la strada, approfittando della scritta “avanti” che pur lampeggiando gli dà ancora la precedenza; ha un paio di calzoncini beige quasi ascellari, i calzini bianchi a metà gamba che sfoggia su sandali marroni e tiene stretto il “Carlino” sotto il braccio. Probabilmente si è alzato presto, è andato a comprare il giornale, ha fatto un salto in piazza a salutare “Il Gigante”, come è solito chiamare lui la statua del Nettuno, e uno al Mercato delle Erbe, visto che nell’altra mano regge una sportina di plastica stracolma di roba, da cui spuntano alti gambi di sedano. Sta rientrando a casa e ha fretta perché deve ancora sbrigare diverse faccende e alle due da Mosca parte in eurovisione la diretta della finale dei Superleggeri di boxe e lui non si vuole assolutamente perdere l’incontro di Patrizio Oliva che combatte per l’oro olimpico.

Cammina sicuro a piè veloce sulle strisce anche se un po’ stordito dal contrasto delle due canzoni, quella potente che filtra dai finestrini si confonde con l’altra di volume più basso, ma percepita meglio perché la macchina è scoperta. Lui di musica non ci capisce nulla, un po’ di quella folk, perché la domenica pomeriggio va a ballare il liscio con sua moglie allo Chalet dei giardini Margherita; di certo non di quella moderna, ma quel cantante, senz’altro lo stesso, l’ha riconosciuto in un attimo. Ed è la stessa voce che esce dall’appartamento del primo piano del palazzo che fa angolo con via Tanari, strada che ha raggiunto lentamente, dato che c’è afa e lui cammina adagio.

È la sera dei miracoli fai attenzione, qualcuno nei vicoli di Roma con la bocca fa a pezzi una canzone…

La donna che è in casa canta indisturbata, non curandosi di passanti o vicini, tanto più che nel suo pianerottolo sono già partiti tutti per le ferie e la signora del piano di sopra, quella che non va mai via da Bologna, il sabato va a trovare la sorella che abita a Marzabotto.

È in quel preciso momento che succede tutto. Sono quasi le dieci e mezzo. I cinque vengono abbagliati da un lampo, una luce tanto forte che è quasi accecante. Il signore anziano, che non sente un boato di quel genere dai tempi della guerra, cade, sbattuto a terra da un violentissimo spostamento d’aria. La sua camicia azzurra è ora rossa, sporca di sangue e terra, così come la canottiera della salute che, scherzo del destino, indossa nonostante la calura proprio per mettersi al riparo da eventuali colpi d’aria. L’asfalto trema e il Maggiolone nero si arresta bruscamente dopo che l’auto ha fatto qualche metro con le quattro ruote sollevate; anche l’Alfetta si ferma, in diagonale in mezzo alla strada, sospinta lì improvvisamente come se fosse stata urtata da un veicolo che non c’è. I vetri della casa della signora vanno in frantumi e lei non canta più. Il suo stereo invece continua ad andare. È solo quando l’eco di quel tuono che ha appena distrutto l’ala ovest della stazione di Bologna sta cominciando a scemare che i suoni circostanti, a poco a poco, riprendono vita. Le sirene, il fumo, le fiamme, le grida di disperazione e la voce inconfondibile di Lucio.

Si muove la città con le piazze, i giardini e la gente nei bar, galleggia e se ne va, anche senza corrente camminerà…

Per non dimenticare.

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