Il piccolo Marco e Bologna-Roma 3-3. (Racconto immaginario di una prima volta al Dall’Ara).

© foto di Alberto Fornasari

© foto di Alberto Fornasari

Tutto era successo quasi per caso. Forse l’orario insolito (a mezzogiorno e mezzo di solito si preparavano per andare a tavola, mica allo stadio), forse la temperatura stranamente elevata di una domenica qualsiasi di fine gennaio, che aveva portato da fredda a tiepida la temperatura della sua curiosità, sta di fatto che il piccolo Marco si era lasciato convincere. Non era stato di certo facile per suo padre: erano due “stagioni” che ci provava, con un’escalation di richieste che si erano travestite da veri e propri corteggiamenti, per poi assumere le sembianze di ricatti, flebili ma insistenti, che lo avevano portato con la memoria a tredici anni prima, quando, goffamente, era riuscito a portare fuori quella ragazza che ora, con gli occhi un po’ più stanchi e le mani sui fianchi, li guardava imboccare la tromba delle scale, con il cuore diviso a metà tra un sospiro emozionato per l’ennesima “prima” del figlio e un pensiero rilassato per due ore di meritata solitudine.
“Alla tua età, a otto anni, tuo padre aveva già l’abbonamento di fianco al nonno, lo sai?”, perseverava a ripetergli in quei mesi di continui rimpalli. E lo fece anche quel giorno, in quel tragitto di strada che da via Andrea Costa, dove li aveva lasciati il loro autobus, li avrebbe condotti alla meta stabilita. Marco ascoltava i racconti del papà, per la prima volta incuriosito, affascinato com’era da quella scia di gente con la sciarpa rossoblu al collo che si dirigeva verso la stessa destinazione, come se a risucchiarla ci fosse un imbuto impossibile da evitare. Era gente allegra e speranzosa, festante e tranquilla, ordinata e chiassosa. Anche Marco era allegro, quasi stupito e così, quando ad un tratto lo stadio Dall’Ara comparve a un orizzonte che nella sua testa non c’era mai stato, rimase senza fiato. Era bello, ma soprattutto era enorme. Gli pareva uno di quei giganti che uscivano dai libri di fantasia che gli leggevano a scuola, un gigante buono e imponente che riposava seduto a terra.
Appena dentro l’apprendista tifoso ebbe un altro sussulto: non aveva mai visto tante persone tutte insieme, e anche quella volta al circo, che gli sembrava di essere una goccia nel mare, in confronto era niente. Ma la cosa che più lo sbalordì furono i colori. I colori della folla, i colori delle bandiere, i colori dell’entusiasmo. C’era l’azzurro del cielo che si mischiava con il verde del campo, e lassù un sole giallo che splendeva sul rosso e sul blu, che si confondevano tra loro a perdita d’occhio. Marco ebbe la percezione, quella netta e inconsapevole che solo un bambino di quell’età può avere, di accingersi a vivere un grande evento, un evento mondano e indispensabile, che stava cominciando a muovere nel suo animo un paio di parole che fino a quel giorno erano rimaste intrappolate nel vocabolario segreto del suo cuore: adrenalina e passione.
“Ehi guarda Diamanti, è quello là che si riscalda a centrocampo! E quello lì più alto è Gilardino, sono sicuro che oggi fa gol lui!”. Ora sì che Marco ascoltava suo padre, eccome se lo ascoltava; ora sì che non si perdeva un suo fiato. E lui, con occhi orgogliosi che brillavano più di quelli del figlio, si mise presto a lucidare con perizia il repertorio impolverato dei suoi aneddoti. D’altronde non aspettava altro e per di più mancavano ancora venti minuti alla partita. Gli raccontò che doveva essere fiero di essere seduto nel posto che era stato del nonno e del bisnonno, quello stesso posto che aveva dato trasversalmente conforto a tre generazioni di famiglia, anche se un tempo non c’era quella “comoda” scocca gialla. Gli parlò del grande Bologna che fu, quello che faceva tremare il mondo, di un certo Bulgarelli e di uno scudetto vinto tra strane storie di pipì e spareggi, di un gol di testa in tuffo di un tal Pascutti “che il nonno ha ancora la foto appesa in tinello con la sua firma”, di uno che si chiamava Savoldi che era amico del prozio, degli anni tristi della B e di quelli disperati della C; poi però capì che l’aveva presa troppo lontana, anche se il figlio incamerava dati come un computer di ultima generazione e cominciò a dirgli dei suoi Bologna, quelli dei suoi otto anni, quelli della sua adolescenza, quello di Maifredi e di Pecci, di Ulivieri e della “Cooperativa del gol”, di quando Kolyvanov venne sostituito e fece la capriola, del gol di Bresciani al novantesimo che valse il ritorno in serie A, di Baggio che quando arrivava lì sotto a battere il corner, c’era un’ovazione come se avesse fatto gol, di Signori e dell’amara semifinale con il Marsiglia.
Fu proprio in quel momento che il destino venne in aiuto di quel loquace oratore, facendo entrare le due squadre in campo, esattamente un attimo prima che la memoria del suo giovane ascoltatore andasse in tilt da sovraccarico. L’eccitazione si fece quasi percepibile. Le due curve si riempirono di fumogeni dei rispettivi colori e un altoparlante, lo stesso da cui in precedenza uscivano simpatiche musichette di slogan pubblicitari, irradiò un inno cantato dalle voci più autorevoli della città. “Tu sei grande Bologna!”, Marco lo pensava per davvero. L’Andrea Costa intonava cori, i tamburi li ritmavano, mentre un’insopportabile puzza di sigaro toscano si propagava nell’aria. Ma era fumo proibito, tanfo di roba da grandi, piacevole sensazione di trasgressione, travolgente odore di crescita. Marco si sentiva addosso cinque anni in più di quando era uscito di casa.
Notò un signore che si faceva largo con delle tavolette di polistirolo che spacciava per cuscini caldi e comodi e ne volle uno. Poi ne passò un altro vestito di rosso con un grosso cabaret al collo pieno di aranciate e popcorn e anche in questo caso nessuno resistette alla tentazione di non dire no. Il padre desiderava che il figlio si trovasse a suo agio in tutto e per tutto e sperava ardentemente di assistere a una partita piacevole. Avrebbe dato parecchio per vedere un match con tanti gol, con occasioni, con pali, con traverse e ribaltamenti di fronte. Vincere sarebbe stato il massimo, ma non voleva pretendere troppo, d’altronde loro erano il Bologna, mica il Real Madrid. Insomma, gli bastava una partita divertente, qualcosa di cui innamorarsi. Pensava in tal senso che la squadra avversaria, soprattutto grazie al suo allenatore, lo avrebbe aiutato e infatti la scelta di quella domenica non era stata casuale. “Lo vedi quel signore là in piedi”, gli disse. “Si chiama Zeman, lui è un grande, anche se in carriera non ha vinto tanto.” Alla richiesta di spiegazioni di Marco, il papà preferì rimanere sul vago, senza volere inquinare il suo personalissimo “Elogio del pallone” con contaminazioni di intercettazioni, scommesse e altra robaccia.
Tutti i giocatori si schierarono a centrocampo e si divisero sulle due opposte metà campo. Dapprima si riunirono per farsi fotografare, dividendosi su due file, una in piedi e l’altra accosciata; poi cominciarono a correre alla rinfusa, a scattare in qua e là per gli ultimi esercizi di riscaldamento, quindi si posizionarono ognuno nella propria zona di competenza, il portiere andò in porta salutando la curva, il difensore in difesa, l’attaccante là davanti, proprio sulla lunetta di centrocampo, pronto a dare il “via alle ostilità”.
C’era attesa, c’era tensione, Marco lo percepiva in maniera nitida, l’incredibile aumento dei battiti del suo cuore non mentiva al riguardo.
Un breve e interminabile secondo di silenzio precedette il calcio d’inizio. Marco fissò negli occhi suo padre, che ricambiò l’attenzione con una carezza sulla testa. Non erano mai stati così vicini. “Ehi papà, mi porti anche domenica prossima, vero?”
L’arbitro fischiò. Partiti.

di Filippo Ossola Venturi

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